A colloquio con Marco Boglione | Una città dove fare impresa

29 Marzo 2024

Attualità
A Torino si può fare tutto, non manca niente, è la culla della cultura del fare e del produrre, il nostro PIL non dipende più solo dalla Fiat, abbiamo acquisito la mentalità giusta, ma ci si racconta ancora poco

Dal febbraio 2019 lei è presidente della Fondazione Cavour a Santena e uno degli obiettivi che si è prefissato è quello di allargare la mission al tema dell’Unità d’Italia. Quali sono, in tal senso, le azioni intraprese e quelle in programma?
Ero in fondazione da diversi anni, come socio fondatore partecipavo alle assemblee, e Nerio Nesi (n.d.r. Scomparso poco dopo il rilascio di questa intervista), in procinto di lasciare la presidenza, mi aveva coinvolto in diversi impegni. Oltre a seguire importanti attività, come il rifacimento dell’archivio e la sua gestione, di cui Nesi si era occupato con grande dedizione, mi interrogavo su quali potessero essere gli obiettivi e le aspirazioni della Fondazione. Sempre più convinto dell`importanza della figura di Camillo Cavour, delle sue idee che hanno fortemente influenzato la dimensione politica che viviamo oggi, l`Europa, e del suo esempio come statista e protagonista del Risorgimento Italiano e dell’Unità d’Italia, per cui lavorò alacremente, ho creduto che tutto questo dovesse avere una larga risonanza e costituire ancora di più un riferimento valoriale, soprattutto per i giovani. Tra i progetti che verranno realizzati a breve c’è quello di un’asta alta 51 metri, gli anni che visse Cavour, al cui apice sventolerà la bandiera italiana più grande del mondo che verrà issata ogni giorno dalle Forze Armate, a supporto degli ideali legati alla Patria.

La Fondazione ospita anche la Scuola Nazionale dell’Amministrazione.
Abbiamo inaugurato la sede piemontese, primo polo decentrato della SNA, Scuola Nazionale dell’Amministrazione, parte integrante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il 20 settembre del 2022. Consideriamo questo evento un case study utile e determinante ad aprire altre sedi perché si possa continuare a formare proficuamente la pubblica amministrazione e non solo quella governativa. Il prossimo obiettivo da raggiungere sarà la ristrutturazione dell`ultima porzione immobiliare non restaurata della Fondazione, una bellissima cascina che – come la sede, il parco e il Castello-memoriale – è di proprietà del Comune di Torino e che ospiterà il Campus Cavour, con cui collaboreranno l`Università e il Politecnico. Credo che il Campus sia destinato a diventare un modello in ambito formativo.

Quali saranno i prossimi appuntamenti della Fondazione Cavour?
Gli eventi previsti nel 2024 sono: il 17 marzo celebreremo la Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell`Inno e della Bandiera, il 6 giugno ci sarà la commemorazione dell`anniversario della morte di Cavour e il 20 settembre sarà nuovamente assegnato il Premio omonimo.

A proposito del Premio Cavour, l’edizione 2023 ha premiato Antonio Patuelli, presidente dell’ABI, con una cerimonia, svoltasi il 12 ottobre, nel corso della quale il premiato è stato intervistato da Giovanni Minoli, in particolare sul tema della situazione economica italiana. Da imprenditore come vive questo periodo così complicato per il nostro paese?
L’economia italiana nel 2008 e nel 2009 ha scricchiolato, c’è stata una forte crisi che poi ha avuto una buona ripresa. Dopo il Covid, dal 2021, sono stati anni straordinari per la nostra crescita, siamo stati tra i migliori in Europa e, grazie alle nuove tecnologie, ora c’è un progressivo miglioramento nel supporto alla gestione nell’amministrazione pubblica e non solo. Non stiamo rallentando, nulla matura in linea retta, si decelera, ma poi si riprende quota: il bilancio sulla crescita si fa dopo 5 anni, il durante è una fisiologica altalena di momenti positivi e negativi. Penso, inoltre, che stiamo vivendo un momento molto buono. A parte il mio ottimismo, lo confermano i numeri, lo dicono le agenzie di rating i cui giudizi nei nostri confronti, così come la nostra reputazione in Europa, stanno migliorando ed è tutto meritato e guadagnato. Nell’insieme le cose vanno bene, non è sempre tutto negativo, e se sei nel ciclone è probabile che tu sia quello che lo sta attraversando meglio, il mare non è sempre calmo. Riguardo a noi imprenditori quello che posso dire è che ci dovrebbero lasciare un po’ fare, supportarci maggiormente, capire di cosa abbiamo bisogno e riconoscerci il merito. La politica tutta ha la responsabilità della cultura nazionale che, a mio awiso, deve cambiare in favore del libero mercato, solo così l’economia può volare, promuovendo la democrazia del capitale. L’attuale manovra finanziaria è apprezzabile, prudente e consapevole, non si poteva fare diversamente, i punti fondamentali toccati sono nelle corde di tutti, non è stata ancora completata, ma sembra molto seria. Per dimezzare il debito pubblico l’unica strada è raddoppiare il fatturato e serve lo stato mentale per far tornare l’Italia degli anni ’60 che ha creato 20 milioni di partite iva, un miracolo economico prodotto dal lavoro di tutti. 

Torino è ancora una città dove fare impresa?
Non riesco ad immaginarmi una città dove si lavori meglio, a Torino si può fare tutto, non manca niente, è la culla della cultura del fare e del produrre trasmessa anche a coloro che sono venuti qui, dal sud specialmente. Lavorare per noi è cool. Secondo l’Istat Torino è cresciuta del 4,5%. Una volta si pensava che il PIL di questa città potesse dipendere solo dalla Fiat, one town one company, ma a distanza di 20 anni le cose sono cambiate e siamo cresciuti del 24%. La transizione del dopo Fiat è stata sicuramente supportata da molti investimenti, a favore delle Olimpiadi del 2006 o dell’autostrada Torino-Milano per esempio, abbiamo la mentalità giusta, ma ci si racconta poco. Torino va molto bene e ha delle ottime prospettive, nonostante si siano persi negli ultimi anni 250.000 cittadini, siamo cresciuti del 4%, vuol dire che stiamo andando nella giusta direzione. Anche l’occupazione giovanile è in forte ripresa grazie agli investimenti legati all’Università, diciamo che si è riusciti, senza dubbio, a cambiare il baricentro. 

Da dove nasce il nome del suo gruppo BasicNet e quale è il modello di business? I motivi che mi hanno portato a decidere il nome del gruppo sono essenzialmente due: Basic è il linguaggio di programmazione informatica con cui sono cresciuto e una delle traduzioni del termine, dall’inglese, vuoi dire semplice. L’acronimo di Basic è Beginners alt purposes symbolic instruction code: il primo linguaggio per i personal computer; un linguaggio per principianti, simbolico. Nel 1983 ho fondato la Football Sport Merchandise e poi nel 1994 è arrivata BasicNet, un marketplace che in quel periodo non era ancora conosciuto, se non a pochi (lo utilizzavano eBay o Amazon), che corrisponde ad una piattaforma dove si fa trading, immaginata come un network, una rete, un luogo virtuale dove si incontrano im-prese licenziatarie che realizzano i prodotti da noi disegnati che vendono in altri paesi acquistandoli direttamente dalle fabbriche. Tutto viene gestito e regolato dalla piattaforma con l’approccio del win win logic, tutti pagano e tutti guadagnano. Possiamo dire che siamo stati tra i pionieri del marketplace. 

Come è stato influenzato dalla rivoluzione informatica?
Mi ritengo un creativo e i miei più forti trasporti in questo sen-so li ho avuti davanti alla tastiera. Il computer è arrivato quan-do avevo 19 anni, nel gennaio del 1975, e mi è cambiata la vita. A scuola ho avuto la fortuna di avere un professore di fi-sica e matematica molto particolare, fratel Roberto Sitia, che ha lasciato un bellissimo testamento. Negli anni successivi alla guerra Albert Einstein cercava il buco nero e il computer non era alta portata di tutti; calcoli molto difficili, dunque, dovevano essere fatti manualmente ed Einstein li diffondeva a matematici di cui si fidava, Sitia era uno di quelli. Un giorno si presentò in classe con una rivista che riportava il primo PC prodotto negli USA e ci annunciò che il mondo sarebbe cambiato spiegandoci tutto quello che di lì in avanti sarebbe successo, l’arrivo della rivoluzione digitale era solo questione di tempo. Si passava dalla velocità del suono, analogica, alla velocità della luce e si potevano fare calcoli in un millesimo di secondo. Gli ho creduto, è stato la mia guida. Più in là negli anni mi procurai un Apple 2 senza manuale di istruzioni, ed è lì che è cominciato il “mio” basic. 

Che consiglio darebbe ai giovani?
Ai giovani dico think business, pensate agli affari, formatevi e cercate di entrare nel mondo del lavoro, aprite nuove società, fate start up, mettete insieme le forze e le competenze, pensate in termini di business. Qualsiasi impresa che contribuisca alla nostra economia è valida, è necessario raddoppiare il fatturato dell’Italia per ambire a diventare il paese in Europa con il minor debito. 



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